Quelli nati dopo. È così che per tanto tempo siamo stati definiti io e i ragazzi della mia generazione. Il “dopo” sta ad indicare che noi siamo quelli arrivati dopo una serie di eventi che hanno segnato la storia ma, soprattutto, hanno cambiato il modo di vivere delle generazioni precedenti. Noi siamo quelli nati dopo l’11 settembre, siamo quelli nati dopo la nascita dei social e di internet come lo conosciamo oggi, siamo quelli nati dopo le grandi crisi economiche. Siamo quelli “nati dopo” eventi tragici e drammatici, che hanno scatenato in maniera più o meno diretta più di una guerra. L’essere nati dopo sembrava averci messo al riparo da tanti drammi, almeno nei primi anni della nostra vita. Poi, improvvisamente, è cambiato tutto. La pandemia. E basterebbe già la parola per chiudere la nostra età dell’innocenza. Perché pandemia è una parola che nell’uso quotidiano non si era mai pronunciata, che noi ritroviamo forse nelle versioni di latino e greco che raccontano fatti di più di duemila anni fa. E proprio dagli studi ho imparato il detto che “epidemia, carestia e guerra” camminano sempre insieme. Se sostituisco epidemia con pandemia, l’equazione è fatta. Saremo anche arrivati “dopo” l’11 settembre, ma la “nostra” guerra ce l’abbiamo anche noi. Anzi, le nostre guerre. La prima volta che ne abbiamo avuto consapevolezza è stato con il conflitto in Ucraina. Poi c’è stato il 7 ottobre e tutto è cambiato un’altra volta, perché è cominciata tutta un’altra storia. Una guerra forse più lontana geograficamente, ma terribilmente più vicina per tutto quello che si è portata e si sta portando ancora dietro. Gli attacchi di Hamas del 2023 ce li hanno raccontati come sempre in tv e sui siti internet ma, a differenza di quello che accadeva appena due anni prima in Ucraina, l’impressione era quella che si stesse rivivendo un dramma già vissuto. Perché? Forse noi ci abbiamo messo un po’ a capirlo, perché quella storia non la conoscevamo, anche se era vecchia di un secolo se la si guarda solo in età contemporanea, di almeno due millenni se la si guarda in un tempo un po’ più ampio. Una guerra che nasce dalla contrapposizione di due popoli profondamente diversi per storia, cultura e soprattutto religione. Riducendo il discorso ai minimi termini, si potrebbe dire che tutto parte da una lotta di due popoli che rivendicano da tanto lo stesso territorio. Ma è così semplice? Non proprio. Se una persona vuole informazioni, oggi, va su internet e scrive una domanda. Se scrivi Israele, Google risponde che è “uno stato del Medio Oriente affacciato sul Mediterraneo…”. Se scrivi Palestina, sempre Google risponde che “è uno stato a riconoscimento limitato, situato nel Medio Oriente…di fatto occupato in gran parte da Israele”. Due popoli per lo stesso territorio, per l’appunto.
C’è il popolo ebraico che lo considera proprio, affondando le radici di questa sovranità nella propria religione, pensando a quel territorio come alla “Terra Promessa” delle Sacre Scritture. E poi c’è il popolo palestinese, che in quel territorio ci abita da prima degli israeliani e che, quindi, lo considera il “proprio territorio”. A questo si aggiunge la situazione di Gerusalemme, la Città Santa, simbolo per le tre maggiori religioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo e Islam) e rivendicata da entrambi come la propria capitale. La storia ci racconta, quindi, di un conflitto che nasce in epoca antica ma che, per come lo abbiamo imparato a conoscere noi, è degenerato in poco più di un secolo, ovvero dalla fine del XIX secolo e poi, in particolare, dal secondo dopoguerra con la creazione dello Stato di Israele nei territori palestinesi. La Gran Bretagna, dopo la Prima guerra mondiale, aveva preso il controllo della Palestina favorendo l’immigrazione ebraica. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale il nuovo Stato di Israele venne riconosciuto da Stati Uniti e Unione Sovietica, ma fu fortemente ostacolato dai paesi arabi. Un’opposizione che non fermò Israele, che si impose a livello militare costringendo all’esodo oltre 700mila palestinesi.
Dal 1948 in poi la tensione è cresciuta sempre di più, esplodendo in almeno 3 occasioni in cui la situazione è sempre degenerata in altrettante guerre arabo israeliane: prima la crisi del canale di Suez nel 1956, quando Israele occupò Gaza e il Sinai salvo poi essere costretta al ritiro. Poi nel 1967 in quella che è nota come la Guerra dei Sei giorni, durante la quale Israele occupò ancora territori palestinesi, tra cui Gaza, il Sinai, la Cisgiordania e Gerusalemme est.
E poi c’è quello forse più cruento nel 1973, nei giorni della festa ebraica Yom Kippur, quando le forze arabe attaccarono Israele, scatenando una controffensiva dell’esercito israeliano per una guerra fermata solo dalla comunità internazionale. Proprio quel “blocco” consentì di arrivare ai prima accordi di pace, culminati nel 1979 con i cosiddetti “Accordi di Camp David”, con i trattati di pace tra Israele ed Egitto. Tentativi di pace ci sono stati più volte negli anni a venire, con situazioni di tensione più o meno “gravi” che si sono susseguite in maniera costante. Non a caso la zona tra Cisgiordania, Siria, Egitto e Giordania è stata sempre considerata una delle aree “calde” del mondo e, sempre non a caso, si sono generate situazioni di tensione tra gli stati arabi e lo stato di Israele: nei sei anni tra il 1987 e il 1993 c’è stato il conflitto noto come “Prima Intifada palestinese”, nel corso della quale si registrarono numerosi morti, ma si posero le basi per un primo accordo di pace culminato con gli Accordi di Oslo, in cui nacque l’Organizzazione per la Liberazione Palestinese e si concesse autonomia a Gaza e alla Cisgiordania. Le tensioni tornarono alte nel 2000, con la seconda Intifada che vide il rafforzamento di Hamas. Nel 2005 Israele si ritirò dalla Striscia di Gaza, lasciando ad Hamas la vittoria nelle elezioni del 2006. E’ in questa delicata fase che si può collocare l’inizio della degenerazione che ha portato al dramma odierno. Nella striscia di Gaza aumentano le divisioni e i conflitti interni, dal 2007 inizia un embargo su Gaza che crea forti problemi e, soprattutto, iniziano scontri continui fra Hamas e Israele, senza alcuna soluzione diplomatica stabile. Nel 2020 tutto sembrava sulla via della normalizzazione con quelli che sono passati alla storia come gli “Accordi di Abramo” ma, valutando ciò che è accaduto successivamente, l’impressione è che la situazione fosse sul punto di degenerare. Una degenerazione che è arrivata il 7 ottobre del 2023 quando Hamas, l’organizzazione militare e politica palestinese, ha sferrato un attacco dalla striscia di Gaza (territorio controllato dai palestinesi) verso i territori israeliani: migliaia di missili dal cielo e miliziani via terra, in un’azione combinata che ha causato oltre 1200 morti, tra i quali migliaia di giovani ad un rave party. Non è un caso che quella data sia ricordata e nominata semplicemente con un 10/7 (7 ottobre nella versione angloamericana), proprio come il 9/11 con cui si indica l’11 settembre. Quell’attacco è stato considerato “l’11 settembre del medioriente”. La reazione di Israele è stata dura e pesante, una controffensiva militare che ha scatenato una vera guerra. Non solo obiettivi militari, ma vittime civili. E qui noi “nati dopo” abbiamo imparato ancora di più e ancora meglio le atrocità di una guerra. Le immagini che ci sono arrivate sono quelli di civili inermi, di bambini mutilati e di famiglie smembrate dalla follia della guerra. Intere comunità cacciate dalle loro case, spinte verso il sud (il confine con l’Egitto), costrette ad abbandonare tutto ciò che avevano. Oggi si calcolano almeno 17mila morti tra i palestinesi, in uno scenario che sta preoccupando tutta la comunità internazionale, con forti condanne ad Israele per un’azione così violenta, ma anche con tante prese di posizione antisemite. Posizioni che abbiamo imparato nei mesi scorsi, urlate e rilanciate nelle manifestazioni di piazza, a volte degenerate in violenze inutili, nella maggior parte dei casi utili a manifestare la propria vicinanza ai popoli che soffrono per una guerra che sembra non aver fine. E’ in queste manifestazioni che mi ritrovo, nelle forme di protesta pacifica, di vicinanza e di condivisione, che dovrebbero essere proprie di chi, come noi, è nato in uno Stato che, nella sua “carta” più importante, ovvero la Costituzione, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”), condannando quelle violazioni dei diritti umani subite dal popolo palestinese. Uno Stato che ripudia la guerra e lo scrive sempre nella stessa Costituzione (articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”) e che condanna ogni forma di discriminazione etnica e territoriale (articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”). Ciò che appare chiaro ed evidente è che la storia del conflitto israelo-palestinese è fatta di tensioni pluridecennali, guerre, tentativi di pace, estremismi e divisioni interne che hanno reso difficile qualunque soluzione stabile, alimentando ciclicamente nuovi episodi di violenza. Una storia che possiamo studiare andando sempre più a fondo, per cercare di capirla, per non ripeterla e non replicare gli errori che hanno portato a tanti orrori.
Camilla Martellucci VC, Liceo classico Marco Terenzio Varrone
a.s.2025/2026




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