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Tragedia antica, tragedia moderna…

Metafore della Scuola e dell’Educazione: è tutta colpa degli extraterrestri

Utente I. I. S. Carlo Jucci

da I. I. S. Carlo Jucci

Personale tecnico

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È d’obbligo cominciare qualsiasi ragionamento su “teatro”, “organizzazione”, “potere”, “confessioni” con il celebre e irritante incipit delle Confessioni dell’individuo forse più spudorato e “osceno” della storia occidentale, J.-J. Rousseau. Egli ci dice:

Mi inoltro in un’impresa senza precedenti, l’esecuzione della quale non troverà imitatori. Intendo mostrare ai miei simili un uomo in tutta la verità della sua natura; e quest’uomo sarò io. Io solo. Sento il mio cuore e conosco gli uomini. Non sono fatto come nessuno di quanti ho incontrati; oso credere di non essere fatto come nessuno di quanti esistono. Se pure non valgo di più, quanto meno sono diverso. Se la natura abbia fatto bene o male a spezzare lo stampo nel quale mi ha formato, si potrà giudicare soltanto dopo avermi letto. La tromba del giudizio finale suoni pure, quando vorrà: con questo libro fra le mani mi presenterò al giudice supremo. Dirò fermamente: «Qui è ciò che ho fatto, ciò che ho pensato, ciò che sono stato. Ho detto il bene e il male con identica franchezza. Nulla ho taciuto di cattivo e nulla ho aggiunto di buono, e se mi è occorso di usare, qua e là, qualche trascurabile ornamento, l’ho fatto esclusivamente per colmare i vuoti della mia debole memoria; ho potuto supporre vero quanto sapevo che avrebbe potuto esserlo, mai ciò che sapevo falso. Mi sono mostrato così come fui, spregevole e vile, quando lo sono stato, buono, generoso, sublime quando lo sono stato: ho disvelato il mio intimo così come tu stesso l’hai visto. Essere esterno, raduna intorno a me la folla innumerevole dei miei simili; ascoltino le mie confessioni, piangano sulle mie indegnità, arrossiscano delle mie miserie. Scopra ciascuno di essi a sua volta, con la stessa sincerità, il suo cuore ai piedi del tuo trono; e poi che uno solo osi dirti: «Io fui migliore di quell’uomo.»

A conclusione del ragionamento che segue ci chiederemo (senza fornire nessuna risposta, ovviamente) perché Rousseau “confessa” e che cosa, esattamente, sta “confessando”, al di là delle apparenze.

  1. La verità: governo o gli extraterrestri?

Un esempio decisamente classico: nella vecchia serie X-Files la relazione tra gli extraterrestri e la misteriosa agenzia governativa che sarebbe a conoscenza di tutto è completamente ambigua. Chi tira davvero le fila: il governo o gli extraterrestri? Il punto è che la situazione deve rimanere aperta: se le lacune venissero colmate, se venissimo messi a conoscenza o volessimo davvero sapere del vero stato delle cose, l’intero universo simbolico di X-Files si disintegrerebbe.

Questa ambiguità ruota attorno al problema del potere e dell’impotenza: l’autorità simbolica è virtuale, è una minaccia che non può mai essere messa veramente alla prova – salvo che contro gli indifesi, i fragili, gli “insignificanti”, e/o secondo lo schema “colpirne uno per educarne cento”; oppure accettando vittime innocenti e collaterali: ma questo è un altro film, Collateral, con Tom Cruise).

Non si può mai essere sicuri del fatto che il proprio “padre” (sulla cui autorità simbolica si fa affidamento) sia veramente così potente o se sia solo un impostore. Il potere simbolico è quindi effettivo (efficace, efficiente) solo in quanto virtuale: Io ho paura perché esiste una autorità simbolica, ma di tale autorità non posso fare a meno, psicologicamente e materialmente.

L’ “uomo che sa troppo” (altro mito moderno, “filmico”) è proprio colui che sa troppo riguardo all’autorità. Il segreto di cui egli è a conoscenza è che l’autorità è una frode, che il Potere è in effetti impotente, indifeso.

La vacuità del Significante-Padrone (diciamo, per semplicità, l’autorità simbolica) nasconde è l’inconsistenza del suo contenuto (il suo significato): lo squalo del film omonimo di Spielberg (Lo squalo – Jaws) funziona ad esempio come simbolo solo perché la sua presenza seducente mescola una moltitudine eterogenea di possibili significati: è simbolo del Terzo Mondo che minaccia l’America? Dello sfruttamento capitalista?… e così via. Se mai dovessimo avere una risposta chiara, l’effetto andrebbe del tutto perduto. Solo la paura viene messa in scena.

 

  1. Cyberspazio e tragedia

Il carattere virtuale del Potere (Padrone, Master, Guida, Leader, Capo, autorità …) è ciò che va perso nel cyberspazio. Il cyberspazio, infatti, consente sempre di “colmare le lacune”. La sospensione del Padrone, che ne rivela l’impotenza, non genera effetti emancipanti o veramente liberatori: la consapevolezza che “l’Altro non esiste” (che il Potere è un’impostura) impone al soggetto una schiavitù ancora più radicale della tradizionale subordinazione alla piena autorità del Padrone.

Qui si origina una ipotesi, dilettantistica quanto si vuole, ma difficile da rimuovere. Secondo Lacan, la distinzione tra tragedia classica e moderna consiste, più o meno, e proprio, in questo: la tragedia classica è la tragedia del Destino, del soggetto colpevole senza la propria partecipazione attiva. La tragedia moderna, post-cristiana, al contrario, ha luogo in un universo in cui “Dio è morto” – cioè, in cui le nostre vite non vengono più preordinate dalla struttura cosmica del Destino. Questa assenza del Destino, della struttura simbolica che determina preventivamente la nostra colpa, non solo non ci rende liberi, ma impone su di noi una colpa, tragicamente, ancora più radicale.

 

  1. Il processo

Questa nuova situazione prefigura non solo la società dello spettacolo, ma quella della virtualità digitale. La sorte del comunista stalinista sacrificato ne è un ottimo esempio: cioè, il soggetto viene chiamato a sacrificarsi per salvare l’apparenza (della “onnipotenza” e “onniscienza” del Leader, del suo ruolo imprescindibile, del “mito moderno” e così via). Deve essere impedito, infatti, che l’impotenza del Master/Leader diventi visibile a tutto il mondo.

Quando, nell’universo post-classico, nessuno “crede davvero” nel Destino universale insito nell’Ordine cosmico (sia esso la Fede cristiana o Fedi politiche) – quando, per dirla in termini hegeliani, la Fede perde il suo peso sostanziale – è allora che diviene cruciale conservare l’apparenza della Fede: per tutti e per ciascuno, tutti “di minore età”, bambini, tanto indifesi o innocenti quanto crudeli.

Quando a un vero “credente” viene chiesto di confessare la propria deviazione dall’ortodossia (dalla morale, dal costume, dalla interpretazione collettiva e/o corretta incarnata dalla struttura e dal Potere), o persino il proprio tradimento, bisogna convincerlo in questo modo:

Tutti sappiamo che il Grande Altro non esiste (ovvero che il nostro Leader non è perfetto, che abbiamo fatto molti errori, che non esistono miglioramenti indefiniti o Progressi e Processi di sviluppo ecc. ecc.), ma ammetterlo veramente porterebbe a una totale catastrofe. Il solo modo per te di salvare le apparenze – di salvaguardare il Partito (l’Istituzione, l’Organizzazione, la Société, Il Salotto) e il suo Leader come incarnazione della Ragione storica (magari anche solo di quella personale biografica, “geolocalizzata” in un punto dello spazio tempo), ebbene il solo modo di evitare di imputare al Leader e al Gruppo Dirigente la responsabilità dei nostri evidenti fallimenti – è di assumerti tu questa responsabilità: che, sarebbe a dire, confessare la tua colpa.

In questo senso, il soggetto è sempre “ostaggio del Verbo”: “Verbo” qui sta per la dottrina ideologica (la “visione”, “la vocazione”, la “missione”) che ha perso i suoi aspetti sostanziali, e che ha lo status di pura apparenza. Ma che – proprio come pura apparenza – è essenziale.

Il soggetto viene ricattato e, per così dire, messo alle strette: se non si dimentica dei suoi diritti individuali, dei confini, della sua stessa innocenza, o anche del suo onore e della sua dignità di adulto, di lavoratore, di uomo, di essere pensante e autonomo, e non confessa, allora il Verbo che garantisce l’apparenza del Significato si disintegrerà. In altre parole, si chiede all’individuo di sacrificare se stesso (l’intimo cuore del suo essere) non per la Vera Causa, ma per una pura apparenza.

 

  1. Il Dovere

L’agente (che sia quello di Matrix o agente astratto o agente poliziesco reale o violenza fisica, o psicologica, interna o esterna) che impone al soggetto il sacrificio che dovrebbe “salvare le apparenze” è chiaramente una specie di “Super-Io” che si impossessa del piacere di cui viene privato il soggetto: l’apparenza del Destino è una maschera che nasconde la jouissance del soggetto. Di quello specifico soggetto che riserva per sé il ruolo di oggetto-strumento del Grande Altro (Potere, Autorità, Incarnazioni o Rappresentanti della Comunità, ecc.). Il masochismo sdoganato dalle riviste, quello da cui “Psicologia oggi” ci insegna a liberarci per la rincorsa al Benessere, serve per instaurare altro tipo di masochismo, quello cruciale del silenzio dell’ apparenza, assolutamente politico.

Ogni organizzazione che si fondi sull’autorità “leaderistica”, più o meno formalizzata, rischia di riproporre il desiderio, ardente, insopprimibile e inconscio, di chinarsi alla propria guida come al proprio padre onnipotente e risolutivo, sancito dal sangue della Legge o d’altro Codice.

Una domanda è: l’autorità può chiederci e ci chiede davvero la dignità, la disciplina e l’onore dell’apparenza per salvare la propria legittimità e il proprio necessario carattere simbolico? È davvero così? E che tipo di “tragedia” stiamo vivendo ora? Ogni confessione moderna, ovvero pubblica, solidale o meno con il “Potere”, è pura esibizione e oscenità? Cosa sta confessando Rousseau, agli albori dell’individualismo moderno?

(Libera e distorta interpretazione da Zizek, L’epidemia dell’immaginario, 1997)

 

Altri riferimenti fantasiosi:

Tutto Manzoni

Tutto Rousseau

Tutto Kafka

Tutto Dostoevskij

Molto Hegel

Molto Elias Canetti

Molto Pavese

Molto Pasolini

Molto Agostino

Molto Dante

Molto Lacan (incomprensibile)

Molto P. Levi

Molte Serie TV

Molti Film hollywoodiani e trash

Un po’ di Bernard

Un po’ di Bauman

Un po’ di Arendt

Un po’ di Eschilo

Un po’ di Ratzinger

What Else?

Professoressa Dafne Murè

 

 

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