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Per un percorso di “Salute e Benessere”: esistere psichicamente.

Utente I. I. S. Carlo Jucci

da I. I. S. Carlo Jucci

Personale tecnico

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Una lettera a Raboni di Zanzotto (1921-2011).

 

Pieve di Soligo 16/12/63

 Caro Raboni, il fatto è che la mia depressione non ha regole. E poi, dover parlare delle condizioni di squallore attuale è per me un’immensa fatica. Io, tutto sommato, credo ancora nella poesia, o meglio, nell’idea di poesia che fu della mia prima giovinezza. Mi fa spavento persino ammettere di poter prendere in considerazione, per polemizzarci, alcune idee oggi imperanti. Per me queste coincidono non con psicosi mimate dall’esterno, ma con la psicosi vera. E forse oggi, sotto l’apparenza di una totale dimissione, di un totale livellamento dell’«emergenza umana», c’è una mancanza d’umiltà ben maggiore di quella dei tempi in cui si parlava di «eternità» e di «preminenza» umana.

Affettuosamente tuo

 

Esistere psichicamente (Zanzotto, da Vocativo, 1957)

 Da questa artificiosa terra-carne

esili acuminati sensi

e sussulti e silenzi,

da questa bava di vicende

– soli che urtarono fili di ciglia

ariste appena sfrangiate pei colli –

da questo lungo attimo

inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,

da tutto questo che non fu

primavera non luglio non autunno

ma solo egro spiraglio

ma solo psiche,

da tutto questo che non è nulla

ed è tutto ciò ch’io sono:

tale la verità geme a se stessa,

si vuole pomo che gonfia ed infradicia.

Chiarore acido che tessi

i bruciori d’inferno degli atomi e il conato

torbido d’alghe e vermi,

chiarore-uovo

che nel morente muco fai parole

e amori

 

 

  1. Quale Salute, quale Benessere

 Il poeta Andrea Zanzotto qui scrive al poeta e scrittore Raboni. Sono legati da una qualche amicizia, oltreché da un rapporto professionale e intellettuale. La lettera parla da sola, ipsa res loquitur.  È fonte di libera riflessione per tutti: istituzioni pubbliche, operatori sociali e agenzie educative, mondo del lavoro, tutto il tessuto etico, affettivo e relazionale della società e dei suoi modelli.

 

Zanzotto era assiduo lettore dello psicanalista Lacan, grande estimatore di Ungaretti e Leopardi, di Lucrezio e, naturalmente, di Dante. Poeta oscuro, raffinato, che andrebbe presentato e studiato con cautela. Ma l’evidenza della sua critica alla società contemporanea e alle invalse immagini, pratiche e usi della “Salute” (e quindi del “Bene”) merita almeno un ricordo ragionato, al margine dei programmi e dei progetti ministeriali su Salute e Benessere o Educazione civica.

 

Proponiamo un commento semplificato, che non discute i contesti, i possibili o “reali” significati, le implicazioni sul piano poetico-filosofico, storico, testuale. Varrebbe la pena però, un giorno, tentare di nominare l’innominabile  (come direbbe Zanzotto uomo e poeta) e farne un discorso “serio”, ancorché giocoso, per ricominciare a pensare il dolore.

 

La domanda dunque è, quella che pone Zanzotto (e molti altri scrittori, filosofi, poeti, intellettuali del Novecento, di sempre): quale Salute? Quale Benessere? Quale Scuola? Quale Società o Società civile? Quale Democrazia? Quale Lavoro?

 

 

 

 

  1. «La mia depressione non ha regole»

Zanzotto rifiuta ogni vittimismo romantico, ma anche ogni compassione o comprensione.  Contesta e combatte, fino allo sfinimento, usi strumentali del proprio “malessere” da parte degli interlocutori, pubblici e privati.  In un certo senso si “difende”. Non dice: sono depresso. Dice: la mia depressione non ha regole. Quindi: non è ciclica, non è narrabile, non è gestibile per protocolli. È una depressione non simbolizzabile (o che non vuole essere simbolizzata), che non entra e non vuole entrare in un discorso ordinato dall’Altro. Ciò “spiega” la fatica di parlare, il “dover parlare”: ogni sollecitazione arriva fuori tempo e non ha appigli e interlocutori.

 

 

  1. Parlare dello “squallore attuale” come fatica etica

“dover parlare delle condizioni di squallore attuale è per me un’immensa fatica”

 

La fatica non è solo psichica, è etica. Non sopporta il cinismo, il compiacimento della denuncia, la retorica del disincanto, dell’adattamento, del realismo, della sopravvivenza. C’è chi parla dello “squallore” con brillantezza, o malignità, ipocrisia, brutalità, semplifica, banalizza o nega – lascia intendere e sostiene il poeta  in altri luoghi meno personali. Per lui nominare costa. Perfino il dover  “dire l’essenziale” pesa, come una colpa: non perché egli sia “fragile” o “burned” oppure in quanto depresso  – terminologie normalizzanti e classificatorie di uso comune – ma perché prende sul serio le parole, ovvero l’universo del patto simbolico (ormai tradito e svuotato dallo “squallore attuale”).

 

 

 

  1. Credere ancora nella poesia (ma non nel presente?)

“credo ancora nella poesia, o meglio, nell’idea di poesia che fu della mia prima giovinezza”

 

La fedeltà ostinata al “passato”, e alla giovinezza come vita, è in Zanzotto spesso provocatoria: egli non crede nella poesia contemporanea come sistema, ovvero nelle mode, nelle polemiche ideologiche e identitarie (pubblicitarie).

 

Zanzotto “crede” in un’idea originaria, quasi pre-storica, della poesia: un luogo dove il linguaggio (e il simbolico) non si separa dall’umiltà, dal rigore, dalla fedeltà (alla “verità” e alla verità della frattura). Sarebbe ora necessario il riferimento letterario e storico-culturale, che pure varrebbe la pena citare (ma in modo non semplificato, e non vogliamo annoiare più del dovuto): il rapporto personale e poetico di “opposto complementare” con Pasolini potrà a qualcuno bastare e piacere.

 

 

 

  1. Le “idee imperanti” come psicosi reale

La posizione più dura, universale, nel senso di oggettivabile e discutibile da chiunque, vera o falsa che sia:

 

“per me queste (idee) coincidono non con psicosi mimate dall’esterno, ma con la psicosi vera

 

Zanzotto non sta insultando. Lo abbiamo accennato, egli talora assume posizioni difensive: è spesso stato costretto a difendersi dallo stigma che ‘da Leopardi in poi’ (rimanendo su un piano “letterario”) pesa sul dolore dell’individuo, soprattutto quando esso (il dolore “eccedente”)  incide sulla parola che pensa e ‘aggredisce’. Essa è o può essere delegittimata, ignorata, usata, ribaltata, alleggerita, poiché distorta o malata biograficamente (artefatto clinico o quasi-clinico); accolta soltanto in parte o post-festum, di volta in volta in nome del velo del “Bello”, del “politicamente corretto” o all’opposto in nome dello “spettacolare” – secondo una logica di cannibalismo tipica del tardo capitalismo, direbbero Pasolini e altri. In parte la neutralizzazione è necessaria e Zanzotto ne è perfettamente consapevole.

 

Tuttavia, Zanzotto non sta solo difendendo la propria posizione  umana di dolore – “disfunzione”, “stanchezza” o “chiusura” patologicamente caratterizzata o eccedente-eccessiva. Egli vuole nominare qualcosa di innominabile, prendere posizione sul piano sia intellettuale che etico-esistenziale, nonostante egli (forse) “stia male”: le idee dominanti non sono semplici errori intellettuali, o opinioni innocenti, afferma il poeta-malato-depresso, ma sono forme di disorganizzazione profonda del rapporto col reale. Quando tutto viene livellato, quando nulla ha più peso, quando l’emergenza umana viene dichiarata risolta o ridotta a materiale conversazione non c’è Civiltà, Democrazia o Legge: è negazione. Non si parla infatti solo per intervalla insaniae, tanto più che la vera insania non è chiaro dove risieda.

 

 

 

  1. La falsa umiltà del presente

 “sotto l’apparenza di una totale dimissione […] c’è una mancanza d’umiltà ben maggiore

 

Rinunciare a valori, a profondità, a sacrificio, e fingere, non è automaticamente umiltà intellettuale e buon senso. Così come negare, non vedere, il disastro. Può essere arroganza travestita: l’arroganza di chi pensa di aver superato il problema, di chi non si assume più il peso del pensare davvero, e la responsabilità che ciò comporta.

 

Professoressa Dafne Murè

 

 

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