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Lettera di Lesbia a Catullo, Emanuele Savi 1D

Lettera di Lesbia a Catullo

Utente I. I. S. Carlo Jucci

da I. I. S. Carlo Jucci

Personale tecnico

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Carissime mihi dulcis Catulle,

Prendo ora penna e cuore e ti scrivo non più come ancella del tuo desiderio, ma come dominatrice dell’arte d’amare, cara ai tuoi versi. Furor ille, qui olim me stringebat al tuo petto come vincolo di passione indomabile, è ormai cenere dispersa nell’aura fallace del tempo, che con il suo incommensurabile scorrere divora le nostre vite. Non sento più fremito al tuo nome, né il mio animo si smarrisce tra i libidinosi sospiri, ché l’amore, crudo nume, mi ha sciolto dalle sue auree catene.

Tu che m’invocavi “Mea vita”, ora giaci nell’ombra del disamore, poiché Lesbia, docta et libera, ha scelto di sciogliere il nodo, che tu credevi eterno.

Non più mi commuovono i tuoi “basia mille, deinde centum” poiché in essi, oggi, scorgo solo l’eco vana del tuo desiderio insaziabile, non la melodia sincera dell’affetto. Io che fui musa per il tuo dolce canto, sono vista dai tuoi occhi disincantati, fedifraga d’un patto mai realizzato. Volge altrove il tuo sguardo al mio incedere sicuro, non trafitto il mio cor dalla freccia fatale. Nonostante il dolor, mi ripensi tremando come un puer d’amor si affligge errando.

Scrivo ora con mente lucida, affrancata da ogni dolce servitù, lasciando alla trepida mano di godere di pia afflizione. Ti parlai con labbra ardenti e con corpo sine freni, ma con la mia libertas, Catulle, non la tua conquista.

Come può una donna di cultura imbevuta, che legge Omero e disquisisce con uomini di prestigio, restare prigioniera del cuore d’un sol poeta? Amor una catena non sopporta, ed io lo sapevo sin dal principio.

Dovresti saperlo: non sei stato l’unico a stringere le mie mani, né l’unico a chiamarmi “Mea lux”. Io non ho mentito, ho solo vissuto, pienamente, audacter, come gli uomini fanno senza colpa. Tu cantasti l’amore imperituro; io ti diedi l’eternità di un’illusione. Fu menzogna? No, fu brevis tempus colto in tutta la sua arsura.

Oggi ti congedo con voce ferma e penna d’ebano: impara da me ciò che mai avresti voluto conoscere, che anche l’amata può abbandonare, anche la musa può spegnere il canto. Et ego fui poeta, nell’animo, nella carne, e i versi che le mie dita ora sfiorano saranno il tuo contrappasso.

Vale et noli me plura quaerere

La tua Lesbia, non più tua.

Emanuele Savi, 1D, Liceo Classico.

 

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