Fin da piccola ho sempre studiato recitazione, passione probabilmente nata da quando mia
madre recitò mentre mi aveva in grembo. Per me la recitazione è qualcosa di estremamente
solitario: si è completamente soli con la propria concentrazione e con la propria
immaginazione, solo questo, tutto ciò che l’attore ha. L’attore vive un’altra vita, si
immedesima nel suo personaggio e dimentica ciò che la vita reale gli offre, entrando in un
mondo fantastico, straordinario. È questo che mi piace del teatro: Rachele non è più
Rachele, ma diventa Medea, Giocasta, Cleopatra.
Ormai quattro anni fa, nel 2021, posi per la prima volta lo sguardo verso una luce nuova, passata, una lente di ingrandimento per il futuro, il riflesso di sé stessi.
La mia scuola offre da tanti anni un laboratorio di teatro classico, che prende il nome di “γνωθι σεαυτον», che in greco antico significa “conosci te stesso”. Respirai da subito un clima sereno, felice, come se mi fossi teletrasportata nel passato, nell’Antica Grecia, modificando abitudini, modi di vestire, di comportarsi.
Proprio qui ho imparato a conoscermi, a scoprirmi, a studiare gli aspetti più nascosti della mia anima, attraverso il confronto, il dialogo tra tanti ragazzi che erano lì per lo stesso scopo, che condividono la stessa passione, che vivono il teatro ognuno con un amore diverso, chi in modo più forte, chi in modo più lieve: ed è proprio questo ci tiene tutti uniti da un’unica passione. Chi è convinto di avere poca voglia, si appassiona a sua volta alla voglia più forte della sua che qualcun altro ha verso quest’arte meravigliosa. Il teatro è condivisione, amore e immaginazione. Il teatro aiuta a scovare tutti gli aspetti dell’essere umano in ogni sua forma: se Rachele manca di empatia, il suo personaggio gliela
insegnerà.
In questi quattro anni, ho capito che il teatro classico non è solo un’arte, ma un ponte tra passato e presente, un dialogo senza tempo tra l’anima umana e il destino. Nato tra le colonne bianche dell’Antica Grecia e fiorito nei fasti della Roma imperiale, esso continua a vivere oggi, evocando emozioni profonde e universali.
Le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide raccontano le sofferenze degli uomini e degli dèi, il conflitto tra volontà e fato, la ricerca incessante di giustizia. Antigone sfida il potere per amore della famiglia, Edipo lotta contro una verità inaccettabile, Medea è divorata dalla passione e dal dolore. Sono storie di un tempo lontano, eppure così vicine a noi: ci parlano della paura, dell’amore, del sacrificio, dell’orgoglio che rovina e della speranza che salva.
E poi c’è la commedia, con Aristofane e Plauto, che sfida il conformismo e smaschera le ipocrisie del potere e della società. Attraverso la satira e la risata, il teatro classico si fa specchio del mondo, mostrando l’assurdità dell’ambizione sfrenata, della corruzione, delle false apparenze. Il pubblico ride, ma dietro il sorriso si cela una riflessione amara e profonda.
Ciò che rende il teatro classico eterno è la sua capacità di scavare nell’animo umano, di rivelare verità che ci appartengono ancora oggi. Le sue parole riecheggiano nei teatri moderni, nei film, nei libri, nella nostra stessa esistenza. Anche senza maschere o toga, anche senza un anfiteatro di pietra, l’essenza del teatro classico resta viva.
Ogni volta che un attore recita un monologo di Sofocle, ogni volta che un pubblico trattiene il respiro di fronte alla caduta di un eroe, il teatro classico si rinnova, si nutre del nostro sguardo, della nostra commozione. Non è un ricordo del passato, ma una fiamma che continua ad ardere, illuminando le ombre della nostra epoca con la sua bellezza immortale.
Rachele Tomassoni IIC
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