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Il Teatro per me, Niccolò Branzanti, IVC

Il Teatro per me, Niccolò Branzanti, IVC Liceo Classico.

Utente I. I. S. Carlo Jucci

da I. I. S. Carlo Jucci

Personale tecnico

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Prima dell’inizio delle superiori, non avevo spesso l’occasione di assistere ad uno spettacolo teatrale, né con la mia famiglia, né con amici, a meno che non si trattasse di occasioni particolari come uscite scolastiche e iniziative del Comune.
Tuttavia non ho mai sottovalutato il potenziale artistico che il teatro possiede, sia per la possibilità di trasmettere emozioni fortissime ma allo stesso tempo delicate, sia per la spettacolarità dell’architettura di innumerevoli teatri in Italia. In particolare chi entra nel teatro di Rieti non può non rimanere affascinato dai suoi affreschi e dalla sua grandiosità.
Io stesso, ogni volta che metto piede nella platea, mi perdo nella speciale atmosfera che si crea durante la rappresentazione di un’opera. Grazie alla scuola poi, per la prima volta nella mia vita, sono riuscito a salire dietro le quinte e prendere parte ad uno degli spettacoli che fino ad allora avevo solo ammirato con gli occhi. Le emozioni che ho provato sono praticamente indescrivibili: nonostante la mia conoscenza sul mondo del teatro fosse limitatissima, mi accorsi sin da subito di come pian piano lo spettacolo stava prendendo vita, le battute, le musiche, i movimenti si univano tutti come mattoni di una casa per raggiungere un unico scopo, cioè di mettere in scena l’opera.
Dopo settimane e settimane arrivò il giorno dello spettacolo. Le ultime prove generali furono decisive: ogni minimo errore, ogni piccola imperfezione mi faceva preoccupare ma, di certo, non mi demoralizzava. Tutta la fatica non poteva essere vana e il lavoro svolto andava portato a termine.
Dunque le luci si spensero, l’orchestra prese a suonare ed entrammo in scena.
Non ho mai capito appieno le persone che dicono di soffrire di “ansia da palcoscenico”: perché avere paura di un pubblico che non aspetta altro che assistere alla propria performance? Sentimenti più ragionevoli possono essere la gioia di aver raggiunto un obiettivo o il sollievo alla fine di uno spettacolo, ma non l’ansia.
E ciò che provai sul palco fu proprio una sorta di sollievo misto alla felicità di trovarmi lì in quel momento.
Non riuscivo a smettere di sorridere, rabbrividivo quando un certo segmento dello spettacolo avveniva, nonostante lo avessi già visto dozzine di volte durante le prove. L’opera e la storia di Edipo – argomento dello spettacolo – mi colpivano come fosse la prima volta che le vedevo rappresentate.
Una volta conclusa l’ ultima parte e accennato un inchino, il sentimento di sollievo si fece strada in mezzo agli animi degli altri attori, che esultavano per il perfetto esito dell’opera.
Poi, quel pomeriggio stesso, ci fu la seconda rappresentazione. Le emozioni che provai furono identiche a quelle che sentii quella mattina. E lo spettacolo era anche lo stesso.
Nonostante ciò, continuava a farmi rabbrividire e rallegrarmi, poiché ero cosciente di essere parte di quello che tutti avevamo creato insieme, anche solo un decimo, anzi, un centesimo, ma abbastanza da farmi sentire rilevante per un fine comune.
Terminata anche la seconda rappresentazione, tutti i partecipanti scesero in platea, e così feci io. Dagli speaker uscivano le note di una canzone malinconica e forse anche un po’ triste che consisteva in violino e pianoforte. Gli attori abbracciavano genitori, amici, parenti, insegnanti che erano giunti ad assistere al nostro lavoro. Non potei fare altro che stare in disparte a guardare, una lacrima mi scese dagli occhi, fu una scena straziante proprio perché ormai era tutto finito. Niente più prove, niente più spettacoli, niente più errori buffi di pronuncia in greco. Ognuno salutava i propri conoscenti e parevano soldati che tornavano dalla guerra dopo tanto tempo.

O almeno così pensavo. Dopo non molto, ci fu comunicato che un’ulteriore rappresentazione della nostra opera sarebbe stata fatta in un’università di Roma in occasione delle giornate mondiali del Greco.
Forse il solo pensiero di pretendere di conoscere bene le tecniche teatrali dopo meno di un anno di pratica è molto egoista, ma lo devo alla mia scuola prima di tutto.
Tuttavia, questa è per me la prova che il teatro non muore e non finisce mai, e spero che così varrà anche per la mia attività come piccolo neo-attore.

Niccolò Branzanti, IVC, Liceo Classico

 

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