L’Assurdo ma soprattutto l’Incompiuto sono parole chiave dell’opera che mi hanno rimandato alla copertina: si vede un volto, sì, un volto indefinito, un abbozzo di volto.
È così il riassunto perfetto non è stato scritto a parole e questa ‘S-figura’ dice tutto, anche senza titolo: il volto, metonimia per la persona e per l’animo, si perde completamente quando, come Joseph K. si va a processo senza evidente capo d’accusa o accusatore, un processo irrazionale per svolgimento ed ambientazione, il ‘Processo dell’Assurdo’.
Per cui il Signor K. cui dice che ‘il procedimento infatti è generalmente segreto non solo per il pubblico ma anche per l’imputato, beninteso fin dove sia possibile, ma è possibile in larga misura’ e che: ‘appena ebbi modo di frequentare a mia volta il tribunale ne approfittavo, ho assistito a innumerevoli processi nelle loro fasi più importanti e li ho seguiti, fin dove erano visibili, e (devo ammettere) non ho mai trovato un’assoluzione vera. […] Le sentenze finali non vengono pubblicate, non le possono vedere neanche i giudici […]. Certo che queste contengono nella maggior parte assoluzioni vere, ci si può credere, ma non si può dimostrare’.
Infine muore, assassinato, venendo risparmiata così ogni sorta di assoluzione.
È comunque fondamentale osservare come il contesto, la ‘Situazione’ Kierkegaardiana, di sviluppo del romanzo rifletta perfettamente le sue caratteristiche: pubblicato postumo nel 1925 ma scritto tra il 1914 e il 1915, questo si configura come un ritratto dell’anima sociale di quel periodo storico, in cui l’identità è frammentata, i valori e le credenze non sono più solidi come monoliti, il punto di vista è relativo e le prospettive molteplici. L’insicurezza e la stranezza, che magistralmente si specchiano tra le righe di Kafka, sono del tutto normali in un momento simile, con La Grande Guerra che incombe e una ancor peggiore che non tarderà ad arrivare.
A sostegno del binomio ‘arte-contesto’ voglio presentare come altro esempio, andando indietro nel tempo, il processo che Oreste subisce per l’uccisione di sua madre Clitemnestra, raccontato nelle ‘Eumenidi’ dal tragediografo Eschilo, nel V secolo a.C., ma sviluppato in tutta la saga chiamata Orestea, dal nome del protagonista.
La vicenda è esposta con precisione millimetrica: nonostante si tratti di un’opera lirica il processo di Oreste è perfettamente costruito. Egli è l’imputato di un determinato capo d’accusa, il matricidio, il tribunale è appositamente istituito dalla dea Atena, giudice della contesa; l’accusa è formata dalle Erinni, tetre divinità pre-olimpiche, mentre l’avvocato della difesa è il dio Apollo. La sentenza prevede l’assoluzione di Oreste. Al processo partecipa il popolo dell’Attica, coinvolto con evidente scopo paideutico da Pallade.
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I passi sono tratti dall’Orestea di Eschilo, con testo originale e tradotto a fronte.
Il ‘Processo del λόγος’ è, dunque, decisamente in pendant con il κόσμος greco, vocabolo che riassume una visione ordinata e totalizzante della realtà, che diventa una e perfetta, l’opposto di quella kafkiana: i greci del tempo avevano questa visione del mondo e dell’agire umano e perciò è una presenza inesauribile nella loro sublime produzione.
In conclusione, perché Kafka ci lascia quest’opera incompiuta? La ragione si riduce semplicemente a un fatto di contesto, all’impossibilità di scrivere poiché morto, oppure perché, in fin dei conti, siamo noi a dover dare forma, interiormente, al processo della nostra esistenza?”
Tommaso Magi, 3A
Liceo Classico a.s. 2022/2023
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