Ricerca

IL GENIO TRA VERITA’ MATEMATICA E FRAGILITA’

Tre racconti “matematici”. Invito alla lettura.

Utente I. I. S. Carlo Jucci

da I. I. S. Carlo Jucci

Personale tecnico

0

La raccolta Racconti matematici comprende una serie di racconti che mostrano la matematica non solo come disciplina scientifica, ma anche come specchio delle vite dei suoi protagonisti, superando così anche il concetto di semplice biografia o saggio scientifico. “Pitagora” di Umberto Eco, “La morte di Archimede” di Karel Čapek e “Breve ritratto di Alan Turing” di Emmanuel Carrère, pur narrando epoche e contesti diversi, nonché scritti anche con stili totalmente diversi, condividono due grandi tematiche che li legano profondamente: da un lato, la figura del matematico come genio e insieme come individuo fragile e vulnerabile; dall’altro, il contrasto tra la perfezione dell’astrazione matematica e le difficoltà o le ingiustizie della realtà concreta. La matematica, nei racconti, diventa così una sorta di ponte tra la capacità umana di comprendere l’universo e la consapevolezza dei limiti e delle sfide imposte dalla vita: la matematica quindi come un linguaggio che, una volta tradotto nella realtà, può trasformarsi tanto in strumento di illuminazione, quanto in arma di distruzione o in una prigione esistenziale.

 

In questo articolo analizzeremo ciascuno dei tre testi, mettendo in evidenza i temi comuni e approfondendo come ogni autore li sviluppi proprio attraverso il ritratto dei matematici protagonisti.


 

1)  Il Pitagora di Umberto Eco: il genio tra filosofia e armonia dei numeri

 

Il racconto Pitagora di Umberto Eco esplora la figura del matematico greco non solo come scienziato, ma anche come filosofo e visionario. Innanzitutto Pitagora nel racconto viene presentato come il grande teorico della metempsicosi, che così viene, quasi poeticamente, descritta:

 

 Il corpo, vedi, è come una tomba che trattiene il nostro spirito e lo sottopone a numerose schiavitù; ma in esse vi è il principio di purificazione purché tu sappia piegare questo corpo al silenzio, all’astinenza, alla pratica del sacrificio, così che la mente possa liberarsi nelle delizie della contemplazione. E dopo che di corpo in corpo avrai terminato il tuo cammino di redenzione, potrai contemplare, come ora a me accade, l’armonia del cosmo.

 

Pitagora viene inoltre rappresentato come l’uomo che attribuisce ai numeri una valenza quasi mistica, capace di svelare l’ordine nascosto dell’universo. Attraverso la sua figura, ecco che Eco mette in luce la prima grande tensione dei testi: la matematica in quanto strumento di comprensione universale contrapposta alla realtà imperfetta e complessa del mondo. Pitagora percepisce il cosmo come un’armonia di proporzioni numeriche e musicali, dove tutto segue leggi precise e intelligibili. Ma Eco-personaggio, nel suo dialogo immaginario con Pitagora, osserva:

 

Vede dunque che per amore di teoria, di perfezione matematica, Lei si è costruito un universo su misura, che non corrisponde alla verità dei fatti.

 

In questo modo l’autore-Eco mette in mostra anche la fragilità dogmatica della figura del matematico: l’intelletto lo eleva al di sopra dei comuni mortali, ma allo stesso tempo lo isola, poiché il suo modo di vedere il mondo non è immediatamente comprensibile, è oscuro, inadatto ad essere comunicato. È proprio l’aspirazione alla perfezione che, secondo Eco, ha indotto Pitagora a non vedere i propri errori, a sottrarsi alla verifica dei fatti e della realtà.

 

Si verifica, per così dire, una sorta di “crisi”, “collasso” dell’attività conoscitiva: l’errore viene negato, e si tenta di confutare, a priori, ogni ipotesi contraria al proprio sistema, ossessivamente: in altri termini, se il rapporto tra numero e realtà si incrina, crolla l’identità stessa del “genio”. La sua visione dell’universo, pur grandiosa e lucida (‘razionale’), non protegge dalle difficoltà della vita, dalle imperfezioni, dagli ostacoli e dagli errori. Sul piano teorico, allo stesso tempo, il Pitagora del racconto incarna il contrasto tra la matematica come regno di perfezione e la realtà esterna, che resta complessa, caotica, sfuggente, irriducibile.

 

Il Pitagora di Eco è dunque il prototipo del pensatore che, nel tentativo di rendere il mondo comprensibile attraverso la geometria e l’aritmetica, finisce per scontrarsi con l’irrazionalità dell’esistente, dimostrando che la mente umana è potente nel creare modelli ma vulnerabile di fronte a ciò che non può essere misurato.


 

2) “La morte di Archimede” di Karel Čapek: il genio con la testa tra le nuvole

 

Il racconto “La morte di Archimede” di Karel Čapek, in qualche modo, sviluppa questo dissidio. Archimede, nel racconto, è immerso nei suoi calcoli ed esperimenti, completamente assorbito dalla matematica, quando l’arrivo del capitano dell’esercito Lucius gli propone di aiutarli nella realizzazione di macchine che renderanno possibile la conquista di nuovi territori per Roma.

 

E’ qui che Čapek mette in evidenza, con toni drammatici, come la dedizione assoluta alla conoscenza e al pensiero astratto non possa proteggere il genio dalle dure leggi della storia e della violenza:

 

– Non arrabbiarti, ma ho qualcosa di più importante da fare. Sai, qualcosa di più durevole. Qualcosa che davvero rimarrà. – Che cos’è? – Attento non cancellare i miei cerchi! […] Più tardi fu tramandata la storia che il dotto Archimede perse la vita per caso”.

 

Il dialogo dimostra proprio che la genialità di Archimede è tale da renderlo quasi “assente” a se stesso, sia come cittadino sia come uomo in pericolo; per lui, la realtà che conta non è quella delle spade romane, ma quella della geometria.

 

Si manifesta dunque, con chiarezza, la sua fragilità più grande: essere per antonomasia il ‘filosofo’ con la testa sempre fra le nuvole. Archimede, così assorto in formule e problemi geometrici, diventa di nuovo metafora del conflitto tra il sapere e il mondo esterno, un conflitto che in questo caso si manifesta con tragica intensità, con ferocia e violenza. Dal punto di vista del potere (ovvero la dimensione politica, concreta e legata al contingente), la matematica è utile infatti solo se serve a costruire macchine da guerra o a vincere battaglie:

 

[…] Scientificamente non ha grande importanza. – Ma militarmente sì.” … “Chi domina il mediterraneo, domina il mondo.

 

Per Archimede, invece, la matematica continua ad essere ed è fine a se stessa, puramente contemplativa.

 

In Čapek, la matematica ‘archimedea’ diventa una verità che non offre alcuno scudo contro la violenza del mondo, lasciando ancora una volta il “genio” (colui che pensa, colui che ricerca la verità) indifeso di fronte alla Storia.


 

3) Breve ritratto di Alan Turing di Emmanuel Carrère: il genio e la società

 

Il racconto “Breve ritratto di Alan Turing” di Emmanuel Carrère trasferisce  la riflessione nel contesto del XX secolo. Dopo la rivoluzione galileiana, la matematica può avere applicazioni straordinarie nella vita pratica, ma il “genio” si scontra ugualmente con profondi condizionamenti, pressioni, limiti sociali e culturali.

 

Turing, inventore della ‘macchina teorica’ che è alla base dell’informatica, dell’AI e protagonista della decodifica dei codici durante la Seconda guerra mondiale, è anch’egli rappresentato come un uomo straordinario e visionario. Carrère mette così in luce la differenza tra la potenza della logica di Turing — una nozione matematica capace di cambiare le sorti di una guerra mondiale e dell’umanità intera — e la sua totale vulnerabilità di fronte alle leggi crudeli del suo tempo.

 

Il rapporto tra matematica e realtà in Turing è particolarmente viscerale: egli vede il mondo come un sistema di computazione e cerca di tradurre persino i processi biologici e mentali in algoritmi.  Turing, nel racconto di Carrère, è chiarissimo:

 

Di che cosa si occupa la matematica?

Della verità.

A che cosa serve?

A produrre verità. E’ il suo unico fine e la sua unica giustificazione: produrre enunciati che non servono a nulla, che non fanno riferimento a niente di ciò che l’uomo incontra nel mondo fisico, ma che sono veri, vale a dire dimostrati.

 

Eppure, la sua mente eccezionale non riesce a proteggerlo dal dolore della persecuzione e della emarginazione subita per la sua omosessualità. La sua fragilità culmina nell’atto più tragico:

 

L’8 giugno 1954, la domestica di Alan Turing scoprì il corpo del matematico riverso sul letto nella piccola casa della periferia di Manchester in cui viveva. L’inchiesta fu breve: si era avvelenato addentando una mela intinta nel cianuro.

 

Carrère sembra suggerire che Turing, pur avendo compreso la logica delle macchine come possibile modello universale, è rimasto vittima della illogicità dei sentimenti umani e delle strutture sociali: i pregiudizi, la paura, la crudeltà. La matematica, per Turing, era forse un rifugio di coerenza e di senso in un mondo che lo rifiutava. Carrère dice, in modo lapidario:

 

Turing aveva vinto la guerra, ma perse la pace

 

Il ritratto di Turing chiude allora il cerchio aperto da Pitagora: se il matematico antico cercava l’ordine nell’universo, quello moderno cerca di replicare l’universo in una macchina, ma entrambi finiscono per scontrarsi con l’insostenibile peso della propria umanità e con una realtà che, per quanto matematizzabile e/o misurabile e/o computabile, resta profondamente ingiusta e caotica.


 

4) Una conclusione, una sintesi

 

Analizzando i tre testi – “Pitagora”, “La morte di Archimede” e “Breve ritratto di Alan Turing” – emergono con forza almeno due temi che li collegano profondamente.

 

Il primo è la figura del matematico come genio e insieme come individuo fragile, tema che attraversa epoche e contesti diversi, dal mondo antico della Grecia fino al XX secolo di Turing e che meriterebbe di essere approfondito.

 

Il secondo tema è il rapporto divergente tra l’ordine matematico e la complessità – la quale, s’è visto, è spesso crudele –  della realtà concreta: il sapere razionale permette di comprendere il mondo e formulare ipotesi, ma chi  possiede tale conoscenza non sfugge dal pericolo, dalle ingiustizie e dal dolore.

 

Questi racconti dimostrano così come la matematica non sia solo una disciplina scientifica, come detto, ma anche un potente strumento narrativo e filosofico, capace di esplorare la mente dei grandi pensatori e il loro rapporto con il mondo e l’umanità. Eco, Čapek e Carrère, ciascuno con il proprio stile, mettono in scena la matematica come il luogo della connessione tra genialità e debolezza, tra rigore e caos, offrendo al lettore non solo nozioni storiche o scientifiche, ma anche una riflessione sul valore della conoscenza e sul destino dei suoi custodi.


 

Riferimenti

Bartocci (a cura di), Racconti matematici, 2006

Alan Turing, s.v Wikipedia

 Il testo è stato elaborato anche attraverso il supporto della IA.

 

 

Alessia Dolso, 3C, Liceo scientifico Carlo Jucci

 

Torna a “Saggistica”

Torna al “Blog”

Circolari, notizie, eventi correlati