Entrambi i racconti si fondano sulla rappresentazione della struttura urbana e/o architettonica dello spazio vitale come riflesso di una (ineluttabile, fatale) sorte esistenziale. Entrambi utilizzano una geometria spaziale per descrivere processi di alienazione e sistemi che operano secondo una logica spietata, cieca rispetto all’individuo: il “sistema” (sociale, naturale, culturale) in quanto indifferente e irresponsabile rispetto al singolo.
1. L’architettura dell’espulsione
In entrambi i testi, il sistema funziona attraverso un continuo processo di allontanamento.
Leonia si definisce attraverso ciò che espelle: la sua opulenza si misura non da ciò che produce, ma dalle cose che «ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove». La città vive nel paradosso di voler purificare se stessa da una «ricorrente impurità» di per sé deviante.
Sette piani, viceversa, applica una logica simile agli esseri umani. Il protagonista Giuseppe Corte viene gradualmente espulso dal «consorzio degli uomini sani». Gli ammalati degenti in una enorme e non ben identificata struttura ospedaliera sono divisi in «sette progressive caste», e il trasferimento di Corte verso i piani inferiori agisce come il servizio di smaltimento di Leonia: il paziente che “non rientra più nei parametri” del piano superiore viene spostato in basso, diventando, di fatto, un residuo della società sana.
2. La burocratizzazione dell’esistenza
Sia la città di Leonia che l’ospedale di Giuseppe Corte sono governati da una caratteristica “precisione tecnica” che annulla l’umanità.
A Leonia, gli spazzaturai sono accolti come «angeli» e il loro lavoro è circondato da un «rispetto silenzioso, come fosse un rito che ispira devozione». La rimozione del passato (i rifiuti) è necessaria affinché la città possa rifare se stessa ogni mattina. In tal senso il passato non esiste, se non come un eterno presente in cui cruciale è la pulizia, lo “scintillare”, di ciò che appare, ovvero la negazione e rimozione di tutto ciò che è sporco, ovvero già usato e/o non può essere visto.
Nel sanatorio di Buzzati, viceversa, il trasloco di Corte è giustificato da «sistemazioni assolutamente provvisorie» e motivazioni burocratiche, talora apparentemente ragionevoli (come la necessità di far posto a una signora con bambini), talaltra «esecrabili errori» come quella di un modulo stampato firmato dal primario. In entrambi i casi, la scelta del singolo non conta: è il meccanismo, il “sistema” (il gettito dei rifiuti o la gerarchia clinica), a dettare il movimento e il “destino”.
3. L’accumulo e il punto di non ritorno
L’esito finale di entrambi i processi è un collasso sotto il peso del sistema.
Leonia è circondata da una «fortezza di rimasugli indistruttibili» che sovrasta la città da ogni lato. Calvino descrive il rischio di un cataclisma in cui la città sarà sommersa dal proprio passato, «che invano tentava di respingere». Giuseppe Corte, giunto infine al primo piano, quello dei moribondi, percepisce la stessa oppressione fisica. Sente su di sé il peso di «sei terribili muraglie», i piani sopra di lui che rappresentano il passato di “quasi sano”, ormai irraggiungibile.
Mentre a Leonia è il rifiuto a sommergere il presente, per Giuseppe Corte è la mancanza di luce e la discesa delle persiane a sancire il termine della parabola.
4. Simbolismo dei confini
Esiste un forte legame nel modo in cui i due autori trattano il confine tra la vita e lo “scarto”.
Leonia è una «metropoli in eruzione ininterrotta», dove i confini con le altre città sono «bastioni infetti». La città non è ciò che appare, ma in realtà è l’accumulo dei suoi scarti. Corte, guardando dal settimo piano, vede da par suo le finestre del primo come «lontanissime» e come avvolte da «funebri segreti». Tuttavia, man mano che scende, quel confine si assottiglia finché la realtà svanisce completamente: egli arriva a dubitare che gli alberi fuori dalla finestra siano veri.
Se Leonia può essere, fra le tante cose, la metafora dell’insostenibilità dello sviluppo che nega il proprio residuo, Sette piani è la metafora dell‘uomo ridotto egli stesso a residuo da un sistema sanitario-burocratico che non ammette ritorni: esso trasforma una «leggerissima forma incipiente» di malessere in una condanna definitiva.
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